“Nada se sabe, tudo se imagina” Ricardo Reis
Roma, autunno 2009

I

Anche quella mattina avrei incontrato il prete.
Al tempo abitavo a Roma e frequentavo il penultimo anno di liceo presso una delle scuole più prestigiose e contemporaneamente più fatiscenti e sporche della capitale.
Ogni mattina percorrevo la stessa strada per raggiungere la scuola ed evidentemente non ero l’unico: incrociavo sempre il medesimo prete con la solita ventiquattrore e il passo spedito.
Doveva essere polacco o tutt’al più romeno a giudicare dal suo aspetto fisico; occhi azzurro ghiaccio, capelli biondi e pelle bianchissima o al massimo paonazza per il freddo mattutino.
Il nostro rapporto si limitava a qualche sguardo curioso da parte mia ed a qualche occhiata veloce, tagliente e severa da parte del sacerdote straniero.
Non saprei spiegare perché, ma quell’uomo mi incuriosiva parecchio; forse per sfatare alcuni miti riguardanti i preti che sono precedenti alla nascita della religione, per scambiare due parole con un religioso riguardo la questione dell’ateismo o semplicemente per intavolare una discussione con una persona che mi attirava.
Sicuramente avrei gradito molto parlare con lui, anche a proposito delle realtà più semplici e terrene.
Sono sempre stato attratto, incuriosito dai preti; onestamente mi sono sempre chiesto come si possa decidere di passare la propria vita tra chiese e monasteri.
Se sia giusto o no essere preti o credere in Dio non mi interessava, subivo semplicemente il fascino dell’uomo biondo con il colletto bianco che incontravo inesorabilmente ogni mattina nella stessa via, precisamente in via del Moro.

II

Ebbene una delle tante mattine in cui avrei dovuto incontrare il prete questi non si vide, così mi preoccupai molto.
Arrivato a scuola chiesi subito al professore di filosofia se in quella giornata si celebrava qualche ricorrenza o festa religiosa; egli mi disse semplicemente che non conosceva tutte le tradizioni cattoliche, ma solo quelle ebraiche e quel giorno c’era la commemorazione per i duemila ebrei deportati da Roma in epoca nazista e mai tornati.
Terminate le canoniche sei ore scolastiche mi recai subito alla sinagoga del ghetto ebraico dove mi ricevette il rabbino.
Spiegai all’uomo con la barba lunga e lo sguardo intelligente che mi interessava sapere dove si stesse svolgendo la commemorazione in quanto vi partecipavano amici e parenti e dunque non sarei potuto mancare. Mi disse il luogo dell’evento e ovviamente mi precipitai a vedere se tra la folla vi fosse il prete.
Osservai a lungo, ma non c’era traccia alcuna del prete.Il prete 2

III

La mattina seguente mi alzai sovraeccitato in quanto pervaso dal dubbio: avrei nuovamente incontrato il prete oppure no?
Non sapevo risolvere questo enigma e avevo paura di uscire allo scoperto, percorrere la solita strada e scoprire se avrei nuovamente incontrato lo sguardo freddo dello straniero o le solite occhiate minacciose dei ragazzi e maliziose delle ragazze.
Ero inappetente e con lo sguardo perso, tanto che mia madre pensava che avessi litigato con la mia ragazza o avuto qualche problema di natura scolastica o personale.
Risposi in maniera veloce e disinteressata alle domande che mi pose, e poco dopo, ancora con il panino fra i denti, uscii in strada e sfidai la sorte.
Appena fuori dal portone di casa notai subito che si trattava di una mattina molto fredda e umida; le automobili erano reduci dalla condensa notturna e le persone imbacuccate con sciarpe e capelli.
Svoltato l’angolo vidi il camion della spazzatura che sradicava i cassonetti sporchi e puzzolenti da terra e ingurgitava tutta quell’immondizia come fosse un animale affamato.
Proseguii tra ansie e dubbi amletici finché non arrivai davanti alla splendida chiesa di Santa Maria In Trastevere, ipotetica meta del prete fantasma.
Quella vista per la prima volta mi fece raggelare, forse solo in quel momento mi resi conto del valore che aveva quel pezzo di storia bizantina per me.
Nonostante il colpo basso sferzatomi dalla vista di un edificio che vedevo ogni mattina da mesi e la relativa presa di coscienza decisi di andare avanti, spinto dalla curiosità e bloccato dal timore.
Arrivai in fondo alla piazza e mi lasciai la chiesa alle spalle.
All’angolo della via seguente mi aspettavano alcuni barboni con grandi boccali di birra tra le mani screpolate e vecchie sigarette girate tra i denti neri.
Accanto a loro crocchi di operai stranieri e studenti disadattati si aggiravano pericolosamente.
A un certo punto mi trovai quasi inconsapevolmente a imboccare via del Moro quando una mano mi toccò. Ebbi un lieve sussurro e spaventato dall’idea che potesse trattarsi del prete mi voltai in maniera meccanica e innaturale.
“Excuse-me do you know where is piazza Venezia?”
Era il solito turista giapponese che si aggira per le strade di Roma già all’alba, tanto per non perdere il ritmo per quando tornerà nel suo paese.
Lo liquidai con un falso “I don’t know” e proseguii per la mia strada.
Era sabato e come tutti i sabati per terra era pieno di bottiglie, mozziconi di sigarette e preservativi usati.
In mezzo a questo scenario si imponeva come sottofondo il rumore della macchina “succhia rifiuti” e le urla mattutine degli spazzini.
A metà della via, all’incrocio con vicolo del Cinque, fui pervaso dall’odore di pane appena sfornato proveniente da una panetteria vicina.
Percorsi la via interamente, con passo lento e attento, ma non vidi il prete.

IV

La mattina seguente più teso che mai feci la solita strada, ma del prete nessuna traccia. Errai per tutta Roma alla ricerca dello sguardo che mi aveva inesorabilmente accompagnato per interi mesi, ma incrociai solo occhiate vuote e anonime.
Ero molto dispiaciuto, sarei tornato a casa a leggere romanzi di Borges e Dostoievskij per estraniarmi da una realtà che mi si presentava ostile, straniera, incomprensibile e inafferrabile.

V

La mancanza degli incontri mattutini con il prete durava ormai da una settimana e i suoi effetti si facevano sentire.
Inappetenza, sonnambulismo, difficoltà di concentrazione, erano solo alcuni dei sintomi che mi colpirono.
Gravemente malato per la semplice mancanza di un incontro occasionale che, fino a sette giorni prima, si ripeteva con precisione.
La mia malattia sfuggiva a qualsiasi spiegazione razionale. Misi ko medici, psicologi e pretori; nessuno era in grado di definire a parole ciò che stava avvenendo in me.
Alcuni ipotizzavano si trattasse di uno choc dovuto a carenze affettive in età infantile, altri sostenevano fossi pazzo da legare, altri ancora fossi diventato un mistico o un santone indiano, altri ancora fossi affetto da deficienza giovanile: nessuna di queste ipotesi mi sembrava plausibile né tanto meno veritiera.
Si diffusero voci su di me che dicevano che avevo completamente perso il senno ed ero diventato un mostro asociale ed egoista; molti sostenevano la tesi del santone appesantendola ad occasionali violenze nei confronti di sconosciuti e ripetute minacce alla comunità ebraica di Roma.
A me non interessavano né gli sconosciuti né la comunità ebraica, sentivo solo di dover possedere il diritto a rivedere il prete. Non ero né asociale né tanto meno violento, ero solo concentrato per riottenere la libertà dalla quale ero stato ingiustamente privato.
Passavo le giornate a leggere e a riflettere sulla difficile condizione dell’uomo e sulla metafora del segno come espressione di libertà.Il prete3VI

Ci furono mesi bui e vuoti nei quali non vidi nemmeno l’ombra del prete, ma un giorno tutto cambiò.
Mi stavo recando a scuola percorrendo la solita strada quando una mano mi toccò la spalla.
Mi girai nervosamente, aspettandomi l’ennesimo turista orientale spaesato che mi avrebbe chiesto dove si trovava piazza di Spagna o piazza Navona, ma il volto che mi trovai davanti era dell’est Europa: era il prete.
Lo guardai sconcertato, incredulo e con un leggero movimento della mano lo sfiorai per sincerarmi che fosse reale.
Ebbene sì, era lui in carne ed ossa, di fronte a me.
Improvvisamente incominciò a parlare e mi disse “non credevi più di incontrarmi vero?”
Spaventato e disorientate risposi “a dire il vero no, ero abbastanza disilluso”
“Beh vedi, bisogna sempre credere e soprattutto lottare per ciò che ci sta a cuore, mai scoraggiarsi”

Le parole così sagge e contemporaneamente banali del correligionario mi infondevano un senso di grande leggerezza; in quell’atmosfera anacronistica mi sentivo libero e felice per la prima volta dopo mesi di aridità sentimentale.
Ci fu una breve pausa nella quale il mio interlocutore si guardò attorno, come a sincerarsi che nessuno ci stesse spiando.
Gli chiesi cosa guardava e lui mi rispose che come tutti gli esseri umani era vittima di apparenze e clichés.
Non capii cosa intendesse, ma pensai fosse meglio evitare di domandarglielo, chissà che idea si sarebbe fatto di me.
Egli mi guardò con occhi illuminati di intelligenza e mi domandò “Capisci cosa intendo o fingi di capire?”
Gli risposi che stavo fingendo così lui mi disse che quello significava essere vittima delle apparenze; a questo punto avevo veramente afferrato il concetto.
Imbarazzato e sciolto allo stesso tempo posi al prete una delle tante che avrei sempre volute porgli.
“Ma come si fa a compiere la difficile scelta di diventare prete?”
Egli mi guardò con occhi seri e rispose semplicemente: “E’ solo un grande atto di libertà interiore che viene esteriorizzato e ufficializzato. Tutto, però, viene da dentro di noi, dalla nostra anima”
Trovai la risposta chiara e concisa, non ebbi bisogno di chiarimenti e passai subito al dubbio successivo: “Cosa pensa lei del voto di castità?”
Il prete si scompose un po’, ma poi, proprio mentre stavo per scusarmi dicendo che non avrei dovuto porgli tale domanda, disse che si poteva tranquillamente supplire all’amore fisico con l’amore per la giustizia, la sincerità e la verità.
Mi resi conto che mi ero spinto un po’ troppo in là e che tale questione avrebbe necessitato e meritato una risposta lunga e articolata, così mi accontentai del suo commento.

Continuai con il mio interrogatorio chiedendo al sacerdote cosa pensava riguardo la diffusione dell’ateismo in Europa. Mi rispose che non aveva un’opinione chiara al riguardo e che quando non si hanno certezze o ipotesi plausibili è meglio astenersi dal commentare.
Rimasi leggermente deluso dal suo “non avere nessuna opinione al riguardo”, ma trovai interessante e forse giusto il commento che seguì.
Avvolto in questa atmosfera senza tempo, né obblighi, né orari seguitati a mettere i miei dubbi davanti alla saggezza del prete.
Gli chiesi se conosceva Pessoa, J. Roth, Pavese e Sciascia ed eventualmente cosa ne pensava.
Conosceva e leggeva piacevolmente tutti e quattro gli scrittori; l’immaginazione di Pessoa, il conservatorismo religioso (pur se ebreo) di Roth, l’attaccamento alle origini di Pavese e il crudo realismo di Sciascia.
Rimasi molto stupito dalle conoscenze letterarie del prete e pensai che mi capitava molto raramente di poter parlare di letteratura con veri amanti della materia.
Il mio interlocutore notò il lampo di gioia nei miei occhi e mi disse di non disperare se ero l’unico inarrestabile lettore tra i miei amici e coetanei, anche lui lo era, ma poi capì che avrebbe dovuto volgere lo sguardo dentro di sé, non fuori.
Sorridevo, ero contento e mi sembrava anche di aver compreso il significato profondo delle sue parole.
Tutto a un tratto, proprio mentre stavo cautamente avvicinandomi alla trattazione del delicato rapporto tra politica e religione, udii alcuni rumori in lontananza. Piano piano si avvicinavano e si configuravano quali parole.
Dopo alcuni lunghi secondi fui in grado di udirle perfettamente. Sentì “Berni è ora di alzarsi, sennò farai tardi”
Era mia madre che mi chiamava per farmi alzare e cominciare una nuova giornata.
L’impatto con la realtà fu duro, ma capii una cosa: quella mattina avrei incontrato di nuovo il prete.
E così per sempre.

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