«E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.»

John Steinbeck dà alle stampe Furore (titolo originale The Grapes of Wrath, “i frutti dell’ira”) nel 1939, dieci anni dopo la Grande Depressione che aveva tormentato gli Stati Uniti fino all’avvento di Franklin D. Roosevelt e del suo New Deal. Quando il libro esce la ripresa è già cominciata, e forse anche per questo motivo il suo successo sarà enorme (e confermato l’anno successivo con il film di John Ford tratto dal romanzo): una sorta di esorcismo collettivo nei confronti dell’orrore appena scacciato via.
La storia narrata è, a suo modo, epica: se non altro per la spettacolare caratterizzazione dei personaggi, che sembrano saltare fuori dalla pagina, traboccanti umanità. Tom Joad e la sua famiglia, deprivati della casa e del loro lavoro di mezzadri dall’introduzione massiccia delle macchine agricole e dalle banche prestatrici che detengono le ipoteche sui terreni, fuggono dall’Oklahoma verso la California, dove “hanno bisogno di manodopera, il clima è ottimo, non fa mai freddo, basta allungare il braccio per cogliere un’arancia”. Comincia così il viaggio all’inferno di una famiglia e di un intero popolo, il resoconto atroce di come la miseria trasforma le persone in bestie, o in qualcosa di meno.
Rileggere Furore oggi, nel pieno della crisi economica più grave nella storia del capitalismo (esclusa forse proprio quella del 1929), è come stare ad ascoltare una vecchia profezia mentre si avvera. Invece è una cronaca di ciò che successe in America quando la finanza si mangiò l’economia reale. Identificarsi con la famiglia Joad è fin troppo facile, e non per un generico senso di solidarietà: le somiglianze tra oggi e allora sono dettagliate, precise come la prosa chirurgica di Steinbeck.
Cosa sono i frutti dell’ira? Sono il prodotto di una guerra civile basata non sul potere militare, ma su quello economico, una guerra civile tra chi cerca di sopravvivere e chi cerca di accaparrarsi ogni risorsa disponibile. Succede oggi come, in forme leggermente diverse, è successo allora: i latifondisti sfruttano cinicamente il bisogno di soldi dei braccianti per abbassare le paghe, assumendo giorno per giorno quelli che si accontentano dello stipendio più basso; i californiani vedono gli immigrati come una minaccia e li apostrofano con il dispregiativo okies (“terroni”?), trattandoli come creature inferiori; l’unica risorsa dei Joad e degli altri disgraziati che ne condividono la sorte è la resistenza passiva, l’attaccamento feroce ad un residuo di dignità che si manifesta essenzialmente nell’aiuto reciproco (come nella grandiosa scena finale, quando Rose, accusata più volte dalla madre di pensare solo a sé stessa, compie un gesto di altruismo che la riscatta per la vita e chiude in modo sublime il racconto).
Un’altra somiglianza inquietante tra la crisi di allora e quella dei giorni nostri è l’assenza dello Stato. Per i Joad non ci sono tribunali né sindacati a cui rivolgersi. Lo Stato si manifesta solo nella forma brutale della repressione: la polizia californiana, corrotta dai proprietari terrieri e attenta a perseguire (e perseguitare) chi cerca di insinuare tra i lavoratori l’idea che si debbano difendere i propri diritti dallo sfruttamento. Ed è così che perisce il reverendo Jim Casy, tra i protagonisti il più complesso e tormentato del romanzo (alcuni dei suoi monologhi sembrano esprimere direttamente i pensieri dello scrittore, mascherati da riflessioni di uno dei suoi personaggi). Tra le righe non scorrono né retorica né pietismo: quella di Steinbeck è una cronaca dura, priva di compassione. Quasi come una cronaca dei giorni nostri sulla condizione dei disoccupati, dei precari, dei pensionati sul lastrico. Gelida enumerazione dei fatti, cronaca distaccata dello sfacelo che diventa più rivoltante e irrimediabile ad ogni pagina.
A dimostrazione della capacità di Steinbeck di leggere il mondo e di trovare le parole più adatte per descriverlo, ecco un altro esempio clamoroso: nel quinto capitolo i rappresentanti della banca arrivano nelle aie dei casolari per comminare gli sfratti ai mezzadri (che hanno perso il raccolto a causa del clima ostile e non possono pagare i debiti) e spiegano le loro ragioni, prima con apparente condiscendenza e poi senza più nascondere la ferocia, “orgogliosi d’essere schiavi di così possenti e inesorabili padroni”. Lo scrittore californiano mette loro in bocca questa folgorante descrizione:

[la banca] non è una creatura che respira aria, che mangia polenta. Respira dividendi, mangia interessi. Senza dividendi, senza interessi, muore, come morireste voi senz’aria o senza polenta. […] La banca è qualcosa di diverso da un essere umano. Capita che chiunque faccia parte di una banca non approvi l’operato della banca, eppure la banca lo fa lo stesso. Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. L’hanno fatta gli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo.

Quante volte, in questi anni, abbiamo detto o sentito dire che la crisi “è colpa delle banche”? Comunque la pensiamo, quando pensiamo “alle banche” le immaginiamo esattamente come Steinbeck le ha descritte settantaquattro anni fa: delle creature mostruose, incorporee, la cui volontà va al di là delle volontà dei singoli individui che le compongono.

Steinbeck poté scrivere e pubblicare Furore (che vinse il premio Pulitzer nel 1940 e fu decisivo per l’assegnazione del Nobel al romanziere nel 1962) anche perché la crisi che raccontava era ormai alle spalle, e il rischio di una guerra civile vera e propria era stato scongiurato. Difficile, in questo momento, immaginare un’opera equivalente che racconti l’Italia e la sua crisi – di cui l’aspetto economico è solo quello più evidente, non certo l’unico – come un pericolo ormai passato, relegato alle pagine dei libri di storia. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore, e s’avvicina l’epoca della vendemmia.

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