Il primo album dei The Carpenters, pubblicato nella primavera del 1969, ottiene un modesto riscontro commerciale: le 18mila copie vendute ripagano solo in parte l’investimento della A&M. A dicembre dello stesso anno la band entra in contatto con Burt Bacharach, che li invita ad aprire un suo concerto; l’anno dopo esce il secondo LP, Close To You. Impreziosito da brillanti rivisitazioni di brani del compositore newyorchese (a partire dalla title track) e di Paul Williams, il disco vola in cima alle classifiche americane. Qui cominciano due storie parallele: da un lato, l’ascesa di una band a gestione familiare destinata a superare in popolarità qualunque altro gruppo statunitense degli anni ‘70; dall’altro, la discesa agli inferi di una musicista straordinaria.

Nata nel 1950 a New Haven (CT), Karen Anne Carpenter è sorella minore di Richard, precoce virtuoso del pianoforte. A 14 anni si trasferisce con la famiglia a Downey, contea di Los Angeles. Balla il tip-tap, gioca a baseball, colleziona gadget della Disney. Frequentando la banda scolastica comincia a suonare uno strumento insolito per una ragazza dell’epoca: la batteria. Non è un vezzo da adolescente ma una passione autentica, alimentata da un talento fuori dal comune: assimila i fondamentali dello strumento in tempi rapidissimi e dopo un anno di pratica già padroneggia i cinque quarti di Take Five; come cantante è altrettanto capace, oltre che dotata di un timbro di puro cristallo. Timida, insicura e forse non del tutto consapevole del proprio potenziale, a vent’anni comincia una nuova vita da stella di prima grandezza della musica pop.

002I fratelli Carpenter macinano dischi e tournée mondiali, registrando incassi da record: secondo le stime attuali, sono arrivati a poco meno di 100 milioni di dischi venduti. Con i modi composti e le voci educatissime incarnano, più o meno intenzionalmente, la risposta della good old America alla rivoluzione musicale in corso negli States: la loro musica è un pop soffice, dal suono pulito e rassicurante; i testi sono spesso stucchevoli, pieni di baby e di buoni sentimenti. Vengono ospitati con regolarità in trasmissioni televisive dal gusto discutibile che in Italia definiremmo “nazionalpopolari”; nel ’72 Nixon li invita alla Casa Bianca e ha gioco facile a sfruttarli come strumenti di propaganda. Karen e Richard sono gli artisti che meglio si adattano alle fantasie del suo elettorato più reazionario: niente esperimenti oltraggiosi, niente provocazioni, niente droghe. Due bravi e sani figli d’America.

È dai tempi del college che Karen si sottopone a pericolose diete low-carb, molto popolari negli anni ‘70; la tendenza degenera quando la sua vita finisce sotto i riflettori, alle prese con una notorietà e uno stile di vita difficili da gestire. Alta un metro e 63, sino ai ventitré anni il suo peso si aggira intorno ai 54 kg; si affida a diversi dietologi e personal trainer, che poi abbandona quando non riesce ad ottenere da loro ciò che desidera, cioè perdere altro peso. Due anni dopo è scesa a 40 kg; tra miglioramenti e ricadute, riuscirà a dimagrire ancora. Sul palco appare sempre sorridente, piena di vita (soprattutto quando siede dietro i tamburi); lontano dalla scena è una donna fragile, influenzata da una famiglia possessiva in cui la figura del fratello risulta fin troppo ingombrante. La madre Agnes, in particolare, ha sempre avuto una smaccata preferenza per il primogenito.

Secondo alcune fonti, l’ossessione di Karen comincia quando, da adolescente, si convince di avere i fianchi troppo larghi. Sarà così. Vale però la pena ricordare alcuni dettagli: i genitori le hanno impartito una severa educazione religiosa ed esercitano una rigida sorveglianza sulla sua vita privata; si sono impegnati per far diventare Richard un musicista di successo, ma non avevano previsto – e non avrebbero voluto – che Karen diventasse famosa come e più del fratello (che compone, arrangia e produce i dischi; la voce e il volto della band, però, sono quelli di sua sorella). Non sono contenti neppure del suo voler suonare la batteria, strumento giudicato sconveniente per una donna; lo stesso Richard sembra preferirla nella sola veste di cantante, forse anche per una questione di resa scenica. Se nei primi anni di attività canta e suona la batteria a tempo pieno, con il passare degli anni il suo ruolo viene progressivamente ridotto a quello di vocalist. Karen è ricca, famosa, popolare tra il pubblico e tra i colleghi («one of my favorite drummers». Firmato: Buddy Rich); l’unica cosa che le appartiene davvero, però, è il suo corpo.

003Non è una donna sensibile alle istanze progressiste del suo tempo, tantomeno un’icona femminista. Tutt’altro: dichiara pubblicamente di volersi sposare, avere dei bambini e cucinare per suo marito, come è naturale che sia per il suo sesso; dice di non avere tempo per una relazione, e che quando avrà smesso di trascorrere il suo tempo in tour metterà su famiglia. Nel 1980 sposa l’imprenditore Thomas Burris: un matrimonio disastroso che dura appena 14 mesi – anche a causa del suo rifiuto di darle dei figli – e che forse compromette definitivamente la sua psiche. I The Carpenters continuano a fare dischi e a venderli, anche se non sono più all’apice della notorietà. Karen, intanto, sprofonda nel buio di una malattia di cui si parla pochissimo: sarà proprio la sua storia a far crescere la sensibilità del pubblico, ma a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 l’anoressia nervosa è poco meno di un tabù.

È una malattia le cui cause precise sono ancora oggi difficili da definire. Dipende verosimilmente da un insieme di fattori: psicologici, ambientali, genetici. Si sa per certo che colpisce molto più spesso le donne. È probabile che alcune grandi mistiche medievali, dedite ai digiuni e alla penitenza, fossero vittime dell’anoressia nervosa: ai nostri tempi, la prima donna celebre a cui la malattia sia stata diagnosticata è una minuta cantante e batterista di una pop band statunitense.

All’inizio del nuovo decennio ha quasi smesso di mangiare, decisa a rivendicare il controllo sulla propria persona nel modo più raccapricciante; consuma grandi quantità di farmaci tiroidei (per accelerare il metabolismo), emetici, ansiolitici e lassativi. A settembre dell’82 accetta di andare in terapia in una clinica di New York, dove viene nutrita con le flebo: la cura le permette di recuperare parte del peso, ma il suo fisico ormai è consumato. La mattina del 4 febbraio 1983 sua madre la trova priva di sensi in camera da letto, dove si stava preparando per andare a firmare le ultime carte del divorzio. Poche ore più tardi viene dichiarata morta per collasso cardiaco; a marzo avrebbe compiuto 33 anni.

Nel 1987 il regista Todd Haynes gira il mediometraggio Superstar: The Karen Carpenter Story, che racconta la vita della musicista con una messa in scena cupa, disturbante. Al posto delle attrici ci sono le Barbie, i Ken al posto degli uomini: il riferimento alla percezione distorta del proprio corpo non potrebbe essere più chiaro. Haynes ha inserito le canzoni del gruppo nella colonna sonora senza autorizzazione (e non l’ha chiesta nemmeno alla Mattel per l’utilizzo delle loro bambole): Richard Carpenter non ha difficoltà a vincere la causa contro di lui e a far ritirare il film. Oggi lo si può trovare in rete, in copie pirata che periodicamente vengono messe online e poi scompaiono.

Tra le tante dichiarazioni d’amore a Karen, una delle più sentite è quella dei Sonic Youth: qualche anno prima della partecipazione al disco-tributo If I Were A Carpenter con la tenebrosa cover di Superstar, incidono la traccia Tunic (Song For Karen) nel loro album Goo (1990). Kim Gordon si mette nei panni del suo idolo d’infanzia e declama dei versi raggelanti (I feel like I’m disappearing, getting smaller everyday / But when I open my mouth to sing, I’m bigger in every way) che confermano la tendenza inaugurata da Haynes: la band più melensa e easy-listening d’America viene omaggiata con opere piene di disperazione e atrocità. Sembra un paradosso, ma per chi sa cosa si nasconde negli spazi tra le note non potrebbe essere altrimenti.

Di certo è una suggestione indotta dalla coscienza di cosa sia stata la vita di Karen, ma per me ascoltare i The Carpenters significa abbandonarsi alla musica più tragica che esista. Lo zucchero che ricopriva le loro canzoni sparisce, bruciato dalla fame, e la sua voce si trasfigura nel canto di una martire; resta solo l’orrore per una vita fatta a pezzi e per un talento smisurato finito nella spazzatura, insieme a qualcosa che sembra un assurdo senso di colpa per non averla saputa aiutare, per non averla salvata.

Non sapevo come intitolarlo, questo pezzo. Mi venivano in mente solo etichette sentimentali e aggettivi pieni di compassione, tutti insanabilmente fuori luogo. Alla fine ho pensato fosse meglio lasciare spazio alle sue parole, quelle rivolte alla parte buona e gioiosa della sua vita: «I’m a drummer who sings». Karen Carpenter, la batterista.

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