Un ingresso a volta con il cancello aperto. Sette uomini in ombra sul sentiero fangoso, scarpe a punta, pantaloni a zampa. L’intera immagine immersa in una sinistra tinta violacea. È la copertina (opera del leggendario Marcus Keef) del primo e unico disco di una band perduta.

Gli Heaven muovono i primi passi a Portsmouth, Inghilterra meridionale, alla fine degli anni Sessanta. Diversi componenti avevano già fatto parte di un gruppo soul, la Universal Trash Band. La formazione è ambiziosa: al quartetto rock tradizionale (basso+batteria+due chitarre) si affianca una sezione di fiati. Nel 1969 incidono una dozzina di tracce, mai pubblicate ufficialmente, in cui non c’è nulla di memorabile: si limitano a pescare a piene mani dal pop psichedelico (all’epoca inflazionatissimo) di gruppi come i Love e i Moby Grape, aggiungendovi delle sfumature jazz-rock.

Nello stesso anno partecipano alla seconda edizione del festival dell’isola di Wight. Sono presenti i grandi nomi del rock britannico: The Who, The Pretty Things, The Moody Blues; c’è anche Bob Dylan, che torna sulle scene dopo il terribile incidente stradale di tre anni prima. Gli Heaven suonano e passano pressoché inosservati. Rikki Farr, presentatore e organizzatore del festival, diventa il loro manager.

All’inizio del 1970 il gruppo si divide: restano Ray King (sassofono e clarinetto), Dave Gautrey (tromba e flicorno soprano) e Malcolm “Nobby” Glover (batteria). Da un altro gruppo locale appena scioltosi, i Paper, i superstiti della prima line-up reclutano nuovi musicisti: Terry Scott jr. (voce, piano e chitarra), Barry Paul (chitarra, poi sostituito da Eddie Harnett, che sarà il principale compositore e cantante del gruppo), John Gordon (basso). A questi si aggiungono Dave Horler (trombone e tastiere), Butch Hudson (tromba), Derek Sommerville (sassofono, flauto, trombone). Con questi nuovi componenti il suono del gruppo vira verso un rock progressivo aperto a lunghe improvvisazioni e massicciamente contaminato dal soul e dal jazz, in cui gli ottoni dominano prepotenti.

Agosto 1970: gli Heaven “mark II sono di nuovo all’isola di Wight per la terza edizione del festival, quella che lo renderà leggendario e al tempo stesso ne provocherà la chiusura a causa della disastrosa organizzazione. Gli spettatori sono una folla immensa, 6/700mila (circa il quadruplo dell’anno precedente): neanche Woodstock aveva richiamato tanto pubblico. Gli Heaven si esibiscono nell’ultimo giorno del festival, inseriti in una scaletta che fa rabbrividire: ci sono Jimi Hendrix, Leonard Cohen, Jethro Tull, Joan Baez, i Free (i giorni precedenti si erano esibiti altri mostri sacri come The Doors, Emerson Lake & Palmer, The Who, Miles Davis.

Non esistono registrazioni dell’esibizione degli Heaven, ma le poche cronache esistenti riferiscono di uno show spettacolare e molto apprezzato, al punto che subito dopo ottengono un contratto con la CBS Records. Si arriva così, nel 1971, al loro primo disco: Brass Rock 1. Il titolo riassume laconicamente la formula degli Heaven: rock con gli ottoni.

Negli Stati Uniti esistevano già gruppi brass rock: i più celebri di quel periodo sono i portentosi Chicago e i Blood, Sweat & Tears. Gli Heaven sono chiaramente debitori di queste esperienze d’oltreoceano, ma la loro unicità sta nel come suonano: infinitamente più aggressivi e selvaggi, a volte imprecisi ma sempre trascinanti, con un’urgenza sconosciuta alle band che in un modo o nell’altro rientrano nella categoria della musica “progressiva”. In una parola, esagerati.

L’album si apre con la devastante Things I Should’ve Been: sei minuti e più di prog soul indiavolato, con i fiati e il cantato monstre di Terry Scott in evidenza. Una dichiarazione d’intenti per anticipare l’iradiddio che verrà nel resto del disco, tra felicissime esplorazioni strumentali (This Time Tomorrow e la morriconiana Morning Coffee e R&B trascinanti (Number One, Number Two, Never Say Die, in cui il gruppo fa sfoggio non solo di grande inventiva, ma anche di un’abilità di esecuzione straordinaria (anche se la ricerca del virtuosismo perfetto non è certo tra le priorità della band). I pezzi più lunghi vedono il continuo alternarsi di chitarre affilate e maestosi attacchi dei fiati, atmosfere western e scintillanti colonne sonore che profumano di East Coast.

L’unico pezzo davvero trascurabile del disco è Dawning (ballata diafana scritta da Farr, che conduce all’esplosivo epilogo: i quindici minuti di Got To Get Away cominciano con una solenne ouverture di violino, clarinetto e corno, e si evolvono poi lungo sentieri inattesi in cui soul e prog rock si fondono alla perfezione, tiratissime digressioni ritmiche (merita particolare lode Malcolm Glover, batterista muscolare come un rocker e raffinato come un jazzista), un finale pirotecnico di ottoni impazziti e wah-wah incandescenti.

Il totale è un’ora abbondante di musica che se ne va in un attimo, tanto è il piacere dell’ascolto. La produzione minimale ma di qualità esalta le performance dei musicisti: l’amalgama è nitido, genuino, più simile a quello di un ensemble jazz in concerto che di un gruppo rock chiuso in uno studio. È probabile che gran parte delle tracce sia stata registrata in presa diretta, proprio come nel jazz (stiamo parlando di una band di nove elementi): da qui il “tiro” pazzesco dei brani più movimentati, che ci dà un’idea di quale dovesse essere il suono degli Heaven dal vivo.

Il disco è accolto ottimamente dalla critica ma le vendite sono deludenti: tanto che ben presto la band si scioglie e finisce nel dimenticatoio (nel 1972 pubblicano un EP contenente due inediti, Funny Lines e Hangin’ on, che non aggiungono nulla a quanto mostrato nel disco). Ognuno va per la sua strada: Terry Scott sarà l’unico ad ottenere una certa notorietà, ma il vero successo non arriverà per nessuno di loro.

Nel 2008 Brass Rock 1 è stato ristampato dall’etichetta indipendente londinese Cherry Red Records. La band, in ogni caso, è rimasta sconosciuta anche a gran parte degli appassionati del rock anni Settanta: una delle tante meteore che hanno lasciato un segno troppo esile nella storia della musica, in un decennio traboccante di artisti destinati ad entrare nel mito.

Vale la pena riscoprirli perché il loro unico disco è un autentico gioiello perduto: divertente e sperimentale, ardito e orecchiabile allo stesso tempo, rappresenta un’idea di musica che negli anni successivi, tra singoli registrati con il cronometro e produzioni invasive, è stata abbandonata. Brass Rock 1 è uno splendido incontro tra la potenza del rock e la libertà di inventare del jazz. Da ascoltare ad altissimo volume.

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