Erano giorni di luglio caldi e umidi quando, sei mesi fa, Il Malpensante vi fece dono di una piccola playlist di tormentoni estivi non convenzionali, concepita per sopravvivere all’estate delle orride hit da classifica e dei ritmi latini plastificati; oggi replichiamo, proponendovi una raccolta di bella musica per aiutarvi a superare i mesi di gelida mestizia che, crudelmente, ci separano dalla bella stagione. Vogliateci bene.

Angels (The Sound Defects, 2008)

The Sound Defects è l’alias di Brian Witzig, ineffabile musicista americano: su Discogs la sua scheda recita “Records collector from Indianapolis, Indiana, USA”. Ha all’attivo due dischi in bilico tra elettronica, jazz e hip-hop strumentale: il secondo si intitola The Iron Horse, colonna sonora di un omonimo film immaginario, e contiene questa magnifica ballata trip-hop, impreziosita dalla voce di Billie Holiday nella leggendaria Gloomy Sunday.

 

 

Bonfire (Knife Party, 2012)

I Knife Party sono un duo australiano messo su nel 2011 da Rob Swire e Gareth McGillen, già componenti dei Pendulum. Con un album e una manciata di EP hanno definito la loro formula, un bel frullato di electro house e dubstep dalle sonorità molto aggressive. Qui sembra quasi di percepire un sentore dell’estate ancora lontana, poi subito i sintetizzatori impietosi lo spazzano via, ed è ancora gennaio.

Hotel Plaza (Faust’O, 1980)

Fausto Rossi è una delle anime più dure e fragili della musica italiana, un talento stellare che avrebbe meritato ben altra fama e fortuna. Il meglio della sua carriera si consuma in pochi anni convulsi a cavallo tra i settanta e gli ottanta, tra il glam rock bowieano” e la new wave. In questa canzone (tratta dal disco J’accuse… amore mio) sembra di vedere le scene che descrive, tanta è la forza evocativa dei suoi testi e della sua voce.

 

 

Dead Eyes Of London (Uncle Acid & the Deadbeats, 2010)

Quattro simpatici capelloni da Cambridge, UK, con il vizietto del doom metal. Il brano fa parte del loro primo disco, imprevedibilmente intitolato Vol. I, e ha un pungente odore di ruggine, steli d’erba ghiacciati sotto la neve e altre amenità della brughiera inglese.

Morrison (Betoschi, 2009)

Nel periodo post-Requiem i fratelli Ferrari (Verdena) si chiudono dentro l’Henhouse Studio con una banda di amici locali e mettono insieme 83705CH1: un minialbum assurdo, venduto solo in vinile a tiratura limitata (300 copie). Un viaggio acido tra la new-wave e il rock psichedelico, mescolati con la tipica attitudine verdeniana in bilico tra perfezionismo e anarchia; tra i solchi si intuiscono i colori accecanti di quella piccola rivoluzione che sarà Wow.

 

 

Dia 36 (Os Mutantes, 1969)

Una band pazza e imprevedibile che, nel Brasile della dittatura militare di fine anni ’60, si inventò una miscela esplosiva: psichedelia d’importazione (con i Beatles come stella polare) e musica popolare carioca. Generalmente votati a una scrittura allegramente dissacrante, qui incidono uno dei loro brani più riflessivi, con le note graffianti del basso (suonato con l’archetto) in evidenza.

 

 

Wake Up (Mad Season, 1995)

Un pugno di reduci di Seattle martirizzati dall’eroina, una band estemporanea nata in una clinica di disintossicazione, un unico album che parla del dolore e della dipendenza in modo composto, quasi rassegnato: il rock anni ’90 torna sui suoi passi e in fondo a se stesso trova il blues, la musica perfetta per parlare di qualunque tipo di schiavitù. L’interpretazione di Layne Staley è semplicemente memorabile: profonda e impudica, in un modo che per l’attitudine professionale e distaccata della musica del nostro decennio sarebbe impensabile.

 

 

God Knows (The Coral, 2001)

Impropriamente inclusi nel calderone del brit-pop, i The Coral sono un quintetto eclettico e capace di fondere con disinvoltura influenze musicali molto diverse, e al tempo stesso una band che non è mai riuscita ad esprimere appieno il suo potenziale; God Knows, estratta dal loro primo EP, è una ballata un po’ country e un po’ garage, epica e dimessa allo stesso tempo come una mattina di sole a febbraio.

 

 

Hanged (Dalila Kayros, 2018)

Presenza magnetica sul palco, voce potentissima e duttile, capace di interpretare con sicurezza qualunque genere (confrontare le atmosfere rarefatte del suo ultimo disco solista, Transmutation [I] the yin side, con la violenza atavica della band di cui è vocalist, i SYK): la musicista sarda Dalila Kayros è un talento raro, una vera sperimentatrice che ha già lasciato un segno profondo nella musica d’avanguardia italiana (OndaRock la definisce senza esitazione “la dea del canto avant italiano”), qui alle prese con un brano che è metà electropop e metà ipnosi.

 

 

Von (Sigur Rós, 2007)

Nell’estate del 2006 i Sigur Rós tornano a casa, dopo un tour che li ha consacrati come stelle di prima grandezza nel panorama del post-rock, e si esibiscono in una serie di concerti gratuiti nella loro Islanda, supportati fedelmente dal quartetto d’archi delle Amiina: molti di questi concerti, immortalati nel meraviglioso documentario Heima, si tengono in piccoli paesi o nelle valli, o in luoghi abbandonati; in questo caso, dentro un caffè nella cittadina di Borg, con le famiglie e gli amici dei musicisti a fare da pubblico. Von è uno dei momenti più toccanti e riusciti di Heima, una piccola bolla di perfezione: la voce cristallina e le braccia magre di Jónsi Birgisson, i volti (e i maglioni) impagabili degli islandesi, la musica estatica di una band che come nessun altro ha saputo rendere in musica le suggestioni della sua terra d’origine, scrivendo una perfetta elegia dei ghiacci. In islandese Heima vuol dire casa, Von vuol dire speranza.

 

 

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