Vespasiano direbbe: “pecunia non olet”.
Lo sa la tradizione politica italiana, fortemente caratterizzata da lobby di varia provenienza e natura, finanziamenti e “donazioni”. Sono i nuovi samaritani a commissionare il brigante, gli stessi poi ad offrire al povero sulla strada di Gerico i due denari di commiato.
Quello della compravendita è un meccanismo ben collaudato, il codice consuetudinario che tutti apprendono attraverso alcun insegnamento specifico. È impresso nel gene picciottesco e baciamano di una particolare classe di latini. È Tanto innato che viene spontaneo anche a chi ha sempre ricevuto la croce dello scetticismo, chi, cioè, si è fatto carico della (ver)gogna mediatica nella difesa degli interessi del cittadino che chiede il cambiamento. Lo sa chi ha urlato il cambiamento. Lo sanno dunque i Labriola, i Furnari, i Gambaro: ancora poca esperienza e dimestichezza nella gestione della cosa pubblica ma un innato talento, verrebbe da dire. E sarebbe legittimo pensarlo alla luce degli ultimi accadimenti.
Procediamo per ordine.
Con acceso fervore e audacia da fanteria, aderiscono ad un programma politico fatto di poche ma precise regole. Lo stesso viene denigrato, distrutto, “corretto” dagli organi di stampa e dalle tv (alcune pagate anche dagli stessi sostenitori di quel programma, altre acquistate e detenute illegalmente, ndr), entrambi a tutela dell’ordine vigente. Gli schieramenti ancorati alla tradizione temono la bontà di un desiderio democratico di iniziativa popolare e allora dispiegano i loro arsenali. La realtà viene trasformata secondo dinamiche paradossali. Kafka avrebbe da impallidire. La linea dura intrapresa dal MoVimento, al tempo stesso fonte e foce della fiumara popolare, si premura di tutelare la fedeltà all’elettorato e ai punti programmatici: si vuole ribaltare un sistema divenuto inaccettabile, in cui l’onta morale ed etica è virtù. Un sistema che consenta agli elettori di essere figure attive e di vedere rispettato il proprio giudizio elettorale. La liceità degli anatemi lanciati dal suo fondatore è dettata dalla rabbia di un’angosciante presa di coscienza che non lascia vie d’uscita: o buona parte dell’elettorato non si accorge di quanto succede realmente, o non è in buonafede. Sarebbe straziante, dunque, assumere qualsiasi riscontro alla questione. Occorre un nuovo Rinascimento, si auspicherebbe un prorompente e inarrestabile sviluppo che sia economico, sociale ma soprattutto culturale. Quello sviluppo che farebbe male al folclore politico in auge da oltre mezzo secolo, quello sviluppo che ancora non c’è. Continua la guerra, lunga e dura, la prima nella storia che vede contendersi due schieramenti su campi di battaglia diversi: i media patrocinati e il web. Servono cannoni a lunga gittata. L’accanimento delle istituzioni, delle tv e della stampa si rivela oggettivamente contro l’iniziativa popolare, minacciosa e sovversiva.
Un’efferatezza che contende il primato alla querelle Boccassini – Berlusconi.
Gli armamenti di partito si concentrano sul nemico comune, nessuna menzione della crisi economico-sociale che sembrasse aver buttato fuori dalla scena politica il Cavaliere e i suoi dinosauri: lo Spread c’era quando al governo occorreva legittimare lo stagnamento delle riforme sociali mentre si preoccupava di legittimo impedimento; non c’era quando occorreva rendere il popolo a conoscenza del fatto che tutto si fosse basato su uno scherzo di pessimo gusto orchestrato dalla cancelliera tedesca, che lo voleva fuori dall’Europa dopo il siparietto mal digerito del cucù dietro la fontana (i tedeschi si prendono sempre troppo sul serio, si sa); poi lo Spread c’era quando bisognava inventarsi una porcheria che giustificasse un governo di larghe intese per le riforme “urgenti” (sappiamo tutti quali siano state).
Si fa largo abuso della formula “In nome della democrazia” per delegittimare quelle che poi sono le richieste effettive ma inesigibili di buona parte del popolo: parrebbe non democratica l’esagitazione di chi ha fame; richiama invece ad antichi formulari del diritto romano un ministro dell’interno che delegittima l’unica istituzione che si preoccupa di portare avanti il compito deputato, paradossalmente anche l’unico residuo di democrazia rimasto. Ovviamente tutto, ripeto, “in nome della democrazia” (quella stessa che fa pervenire proiettili a casa dei magistrati. Le tempistiche indurrebbero ad eloquenti coincidenze) e degli italiani.
In tutto ciò, la sollevazione popolare che prende voce in un MoVimento civico viene divulgata quale sindrome dell’antipolitica, il germe distruttivo della democrazia. Accade, dunque, che mentre dall’esterno i media decidono di investire soldi e tempo per distruggere qualcosa di estremamente pericoloso e sovversivo, dall’interno ci si affida a metodi ottimamente condivisi (anche su ciò vigono ampie vedute e larghe intese) e di precisa natura imprenditoriale.
Accade che in questo trambusto in cui il delirio pare essere l’unica reazione plausibile, in cui la rabbia diventa motivo di risveglio e trova voce negli impulsi reazionari di un MoVimento la cui vera colpa è quella di aver subito un’esplosione di consensi troppo prematura per i tempi di maturazione occorrenti, e in cui comportamenti tutt’altro che irreprensibili ed esenti da ogni deontologia dell’informazione mirano a contare le vittime piuttosto che a raccontare la guerra, alcune unità di quell’esercito popolare trovino ristoro presso le acque del Lete. Sarebbe fuori luogo parlare di ammutinamento poiché in democrazia il concetto di tradimento è già di per sé abortivo. Tutt’al più, è auspicabile ritenerlo un mistico “Risveglio di coscienza”. Nulla di riprovevole se quelle stesse unità avessero combattuto impavidamente; diversamente se le stesse, piuttosto che assaltare il nemico, usassero i centurioni della propria milizia per difendersi.
Abbandonando similitudini azzardate, è chiaro che quanto sta accadendo potrebbe riassumersi in quanto appena detto. Da un lato abbiamo le larghe intese, accaniti contro un nemico comune e forti di un armamentario impressionante (media e soprattutto soldi, tanti soldi); dall’altro, il M5S nemico dei primi e che consta di esercito e risorse esigue. Le comparse assurte a ruolo di protagonisti e abbeveratesi presso le acque del Lete sono facili da individuare: Labriola, Furnari e Gambaro.
Alla luce degli ultimi eventi, le strumentalizzazioni mediatiche del dissenso interno al M5S non si sono risparmiate e, come sempre, risultano essere al di sopra di ogni aspettativa. Non sono mancati i consueti e prevedibilissimi anatemi contro il despotismo di Grillo, un leader che secondo Gambaro ha il difetto della comunicazione. Invettive esterne al movimento ed ultimamente anche, e soprattutto, interne. Sarebbe interessante analizzarne la natura.
Una posizione interna discordante non è ravvisabile tra le anomalie se si propongono argomentazioni costruttive o pareri, anche se in netto contrasto ideologico e/o programmatico con la base. Soprattutto se, in quest’ultimo caso, maturano alla luce di un programma del MoVimento che si è evoluto in maniera poco coerente con le premesse iniziali o se la propria, individuale, attività politica muove da proposte specifiche da porre all’attenzione del gruppo. In verità, non si è assistito a nulla di tutto ciò nella misura in cui i dissensi, nonché provenire da menti poco partecipative alla causa legislativa, si manifestano dopo un deludente risultato alle comunali. Di cosa dissentire? Dei toni duri del leader? Eppure, pare siano gli stessi, da sempre. Sono quelli che hanno incanalato la rabbia e l’insoddisfazione, che hanno persuaso l’elettore e soprattutto mosso le coscienze, anche dei candidati. Simbolicamente più simili all’olifante di Rolando che al gridario di Pontida. Dissentire sui punti programmatici? In verità, il despotismo di Grillo ha fatto sì che il programma risultasse ostinatamente inalterato. Dunque? Qual è la natura effettiva della disapprovazione? Saprebbero spiegarlo i vari Gambaro, Furnari e Labriola?
È lecito dubitare sull’innocenza delle dichiarazioni del senatore Pepe (“Siamo destinati all’autodistruzione”), per modalità , tempistiche e forma ? E soprattutto, alla luce dei recenti sviluppi?
La domanda sorge spontanea: le comunali portano consiglio? Pare di sì, dato che sembra di assistere allo spettacolo che portò alla formazione del governo tecnico, quando, cioè, all’atto della sua creazione, tutti gli smarriti dei precedenti schieramenti saltarono sul carro dei vincitori (Monti) e tutti gli sconfitti presero le distanze da Berlusconi, considerato ormai agonizzante, pensando che fosse necessario far parte, anche solo come comparsa, di quella grottesca parata chiamata legislatura.
Assunta, dunque, la natura aspecifica della propositività dei vari Furnari, Labriola e Gambaro, delle tempistiche e modalità scelte per dissentire, verrebbe facile intuire, non senza malizia, che le dichiarazioni di discordia suonassero più come una volontà di mettersi in palio, di favorire gli appetiti di potenziali corteggiatori della politica tradizionale. È il meccanismo più efficace e risolutivo della nostra tradizione. Lo sappiamo. Effettivamente, come accennato poc’anzi, qualcuno ha detto : “Siamo destinati all’autodistruzione” , dunque perché non tutelarsi? Se a ciò aggiungiamo le accuse mosse dal cittadino Nuti (in cui si denuncia una compravendita di voti), le prime crepe apertesi alla luce di tentativi per ridiscutere le normative sottoscritte nel codice di comportamento in materia di stipendi (la celebre Diaria) e le voci insistenti circa una raccolta di informazioni da parte dei dissidenti volte ad ottenere dati attendibili sui vantaggi economici che un eventuale passaggio al “Gruppo Misto” porterebbe nelle loro tasche, allora la malizia cede il passo al sospetto.
Alla luce di un attacco mediatico senza precedenti, il dissenso sarebbe stato accolto con credibilità se le dichiarazioni pubbliche fossero state posteriori ad un confronto interno preventivo. Ma pare che i dissenzienti abbiano ben capito alcune dinamiche particolari circa la diffusione dei materiali informativi ed è verosimile credere che fossero perfettamente coscienti delle reazioni, delle ire controproducenti scatenate dalla base. Hanno mirato a distruggere il lavoro di chi, con onestà, partecipa alla causa cittadina, per soddisfare interessi economici agognati da tempo, gli stessi che hanno mosso il loro istinto alla partecipazione attraverso una realtà politica acerba ed in cui fosse risultato facile attecchire per intraprendere la scalata.
“Un indizio è un indizio, due sono coincidenze, tre indizi fanno una prova” direbbe Agata Christie, ma forse si rimarrebbe in tema se si richiamasse la cara memoria del vecchio Giulio Andreotti che, con il sobrio cinismo che ha caratterizzato il suo spessore, diceva: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca”.
Chiedo scusa se ho peccato.

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