Davide Puma, nato a Sanremo, vive attualmente a Ventimiglia, città di confine. Incline alla poesia e alla musica, dopo aver coltivato il sogno di divenire cantautore – frequentò l’accademia della musica e arrivò alle semifinali del Festival di Sanremo – è giunto alla pittura 7 anni fa, dopo aver acquisito le basi nello studio di suo fratello pittore e presso l’Accademia Balbo di Bordighera, sotto la guida di Enzo Consiglio. Questa è l’intervista rilasciatami nel suo atelier a Ventimiglia il 2 gennaio 2014.

Ti ho scoperto nell’Oratorio dei Neri a Ventimiglia Alta e son rimasto colpito non solo dal fatto che hai scelto un’arte figurativa, ma perché nella tua pittura c’è poesia e bisogno di bellezza e di umanità. Quando poi ci siamo conosciuti dal vivo parlammo di alcuni problemi dell’arte contemporanea, e sai che sono contro quel filone così dominante del disgustoso che disprezza la figura umana. Perché hai scelto queste figurazioni, e secondo te ha ancora senso raffigurare l’uomo oggi?

La figura umana, finché ci sarà un artista su questa terra, verrà sempre rappresentata, è da dalla preistoria che l’uomo ha avuto questo bisogno, ossia rappresentare se stesso, e gli oggetti per riti funebri, e ha raffigurato i propri cari. Adesso mi accorgo che la figura umana è rappresentata in modo molto decostruito, si tende a infrangere l’immagine, questo perché è un’epoca in cui c’è confusione, in cui si stanno perdendo la propria identità e i propri valori, e allora non ci si riesce più a vedersi. Già Bacon aprì questo discorso, poi c’è stato il passaggio che ha affrontato l’Astrattismo e l’Informale, ma ora si sta tornando al figurativo, perché c’è l’esigenza di ricominciare a capirci qualcosa… allora la mia scelta è molto naturale, e non si lega alla moda dei tempi. Ho attinto sì da maestri che hanno trattato tutto ciò, come Freud, Velazquez, Rembrandt, ma una volta assimilato il loro linguaggio l’ho contestualizzato nel tempo in cui viviamo, e anch’io sento il bisogno di offuscare e di smaterializzare la figura.

Infatti volevo chiederti una cosa relativa al tuo stile: mi avevi spiegato questa pennellata vibrante, a me sembra un immagine riflessa sull’acqua, e tu mi avevi invece parlato di energia.

Nel mio linguaggio uso la parola energia, dal momento che sento che noi siamo energia e facciamo parte del tessuto del cosmo, a sua volta fatto di questo elemento. Queste sono le mie basi, quando costruisco un lavoro pittorico subentra questo concetto, è predominante. La pittura è l’energia che sta intorno al soggetto e interagisce col soggetto, ed il soggetto interagisce con la pittura. Le immagini non hanno una linea pulita, sono vibranti, sono fotogrammi di una vibrazione.

Però tu non distruggi la forma… Mi vengono in mente artisti come Baselitz, Garouste o Rainer, che sfibrano la forma fino a volte dilaniarla. Tu invece credi nell’immagine, anche se movimentata, c’è un intento positivo, contrariamente al filone contemporaneo venato di negatività.

È un qualcosa che è legato ai tempi, io penso di fare una pittura che cerca di guardare le cose in maniera positiva, guarda ad esempio il Cristo che ho dipinto: in esso non ho rappresentato la morte ma una rinascita, è l’esempio di come intendo rappresentare, decostruisco solo per il concetto dell’energia, non per qualcosa di psicologico. Ho bisogno di rappresentare il soggetto in una situazione di vita. Io sono pro vita!

Il dipinto di cui parli è entrato nella collezione permanente del MACS di Catania (Museo di arte contemporanea della Sicilia). Parlami di quest’opera.

Ho riflettuto molto su quest’opera, creata per un evento come l’inaugurazione del museo. La scelta è dovuta al fatto è che da un po’ sto frequentando le chiese, anche per una commissione per la cattedrale di Ventimiglia e per un mio sentire personale. Iniziavano a entrarmi nella mente alcune frasi del vangelo, divenute come dei mantra. «Il mio regno non è di questo mondo» (titolo dell’opera) è una frase che mi ha riempito, e parlando con la direttrice del museo ho accennato all’idea di fare un Cristo, e a me piacciono le sfide: si trattava infatti di confrontarsi con la storia dell’arte, con la tradizione. Una volta uscita l’idea, la cosa ha preso velocità, ho fatto uno studio dei Cristi del passato. Pensavo a come poteva essere il mio, e capii che l’elemento della croce non poteva entrarci, ed infatti non c’è. Gesù è su uno sfondo nero, e nemmeno il concetto del sangue poteva rientrare nella mia opera, perciò ho dato un corpo alla frase «il mio regno non è di questo mondo» … ho pensato a un Cristo nell’atto già di ascendere, è dunque rappresentato nel momento in cui ha abbandonato la sofferenza, una situazione di ascesa e di pace. Questo dimostra il fatto che, se c’è un pensiero dietro, tutto si allinea al tuo sentire, ossia quando un artista è sincero con se stesso.

Questa è una bella parola: sincerità. Questo concetto, a mio avviso, oggi non esiste nel mondo dell’arte, divenuto ormai mercato dell’arte: gli artisti egemoni non hanno il senso etico di essere sinceri ma hanno l’obiettivo di vendere, di shoccare e di seguire le direttive del mercato, di costruire ciò che esso vuole. Koons, Hirst, Cattelan ecc., che per me sono dei truffatori. Quindi penso che la sincerità nell’ambito artistico non esista più. Una domanda un po’ banale: cosa ne pensi dell’attuale situazione generale dell’arte?

Io non mi rapporto ad essa, non posso rapportarmi con questo tipo di arte, è un altro tipo di logica e di linguaggio, perciò ne posso parlare solo da semplice spettatore

Ma li consideri artisti o no?

Li considero artisti…c’è del pensiero, perché anche quando Hirst usa i teschi, gli squali, c’è un’idea, segue un suo linguaggio. Secondo me il difetto sta nel renderlo così esagerato nel mercato dell’arte. Loro rappresentano la contemporaneità, perché la cultura americana, o occidentale in generale, di oggi è molto uso e getta, fatta da immagini facili, e si cerca la provocazione. Però io mi sento un artigiano che ha a che fare tutti i giorni con la materia, quindi con un mestiere antico. Non per presunzione, ma non riesco a rapportarmi con questo tipo di arte. I miei interlocutori restano i grandi maestri del passato.

Chi ammiri di artisti del passato?

Dipende dai miei periodi…. un periodo è stato molto presente Piero della Francesca, perciò usavo certi azzurri e un certo tipo di luce, poi Rembrandt, Leonardo … piano piano i linguaggi di artisti così diversi mi hanno parlato e mi dicono cose interessanti, il resto è lavoro di meditazione personale, decodifico tutto questo, e credo nel lavoro quotidiano, che lentamente traccia i passi futuri. Non lascio nessuno fuori dalla porta.


A me colpiscono le tue mucche, che rappresenti spessissimo… un’ossessione o un elogio della mucca?

Inizialmente il soggetto della mucca ha a che fare anche con la spiritualità. Mi ero trovato un giorno a fare un corso di pittura en plein air, quindi a dipingere dal vero. Mentre gli altri avevano scelto un paesaggio, i campanili e le vedute del paese, io avevo visto questo pascolo di mucche e mi son messo col cavalletto in mezzo a loro. Dipingerle dal vero non è una cosa felice, ti vengono a curiosare e a vedere cosa fai. Stare un giorno, 6-7 ore in quel posto con questa atmosfera, la foschia che saliva dalla vallata, con un’aria bianca, il rumore delle loro campane, i passi, i muggiti, la loro lentezza… lì ho avvertito qualcosa di atavico, qualcosa di primordiale, di forte e senza tempo. Tutto ciò mi ha affascinato e ho iniziato a rappresentarle da vari punti, anche perché la loro fisicità permette di giocarci, soprattutto se sono pezzate, si può quasi creare un quadro astratto o informale. Le ho rappresentate in una sorta di limbo, in un contesto non figurativo, come ho fatto finora, non contestualizzandoli in un ambiente, in uno spazio che non esiste, uno spazio sospeso, così facevo parlare il soggetto nella sua essenza, nel suo silenzio. Il corpo di questi animali e di questi esseri umani sono mostrati nella loro interiorità più che nella loro esteriorità. La mucca è stata anche una palestra per la mia pittura. Quando la dipingo c’è anche un riferimento a Segantini, a Fattori, mi piace che nella contemporaneità si pensi a quella pittura.

Parlami del tuo rapporto con Firenze

Io l’ho vissuta quando avevo 23-24 anni, e il mio atteggiamento era spensierato, venendo a vivere lì realizzavo un sogno, quello di vivere la città non da turista ma viverla davvero, camminare per quelle strade, per il lungarno, sporcandomi di quella città, di quelle storie che solo una città del genere può scoprire. Ho scoperto varie sfaccettature dell’essere umano attraverso quel vissuto, e solo Firenze può dartelo, un luogo che ha a che fare col mondo, non solo con un paese. Non ti parlo dei fiorentini! Io ho visto come un dato di fatto la loro distanza. In quel periodo c’era molto entusiasmo e molta illusione, si idealizzava molto quella città, ora è cambiata, è una città che cambia in una maniera veloce, anche se l’Italia è un paese lento. Il mio approccio con Firenze è inconsapevole, non la sento più come la mia città, prima la idealizzavo e pensavo di poterci vivere, ora però certe idee si sono infrante, anche perché è cambiata. A livello artistico è una città impenetrabile, satura di arte e tutto ciò che è contemporanea non riesce ad entrarci. Il fiorentino non riesce a vedere la propria città, dovrebbe girare il mondo e la riscoprirebbe in ogni sua sfaccettatura. La Toscana mi cerca molto, da Firenze non sono ancora arrivate proposte, ma c’è un’idea di fare una mostra al Museo Marino Marini a Pistoia, devo sviluppare certe idee.

Mi hai detto che stai lavorando a un progetto in collaborazione con la poetessa Tiziana Cerarosco e all’artista Annalù Boeretto, per cui hai realizzato dei bozzetti un po’ singolari, di creature ibride. Perché la metamorfosi, perché questo tema?

Quando disegnavo, quando andavo a scuola durante le lezioni, sui diari, facevo questi disegni un po’ surrealisti. Mi rendo conto che tutto ciò che è dentro non ti abbandona mai e ritorna… ritorna nei momenti in cui ci sono le condizioni giuste, credo nella spontaneità e questi soggetti sono venuti quando hanno trovato un terreno fertile. Sento che in questo momento ho bisogno di cambiamenti, ma come chiave di lettura però me ne sono reso conto dopo 5 bozzetti, stavano venendo fuori in un periodo della mia situazione artistica in cui c’era l’esigenza di cambiamenti, e mi son reso conto che si manifestava in queste metamorfosi. Un’immagine che mi segue è l’uomo dentro il pesce, è ricorrente del mio immaginario…

Cercando un riferimento alla tradizione si potrebbe pensare a Giona, o addirittura a Pinocchio nella pancia della balena. Ma perché questa immagine?

Rappresenta uno stato mentale che si crea attorno, la sensazione di essere all’interno di una camera, mentre un animale ti sta portando, ti fa attraversare un momento, e ti guida. Hai presente nelle tribù, dei riti e balli propiziatori, dove c’era lo stregone che indossava un abito da animale, era come attingere alla forza di questo animale, è un po’ la vedo così. Rappresentandosi ibridato a degli animali, l’uomo diventa un superuomo, con dei poteri in più, con una possibilità di percezione in più. Sta uscendo fuori molta della mia poesia che ha a che fare con il lato oscuro dell’animo umano. Mi sono liberato dai nodi di un’esigenza estetica e ora sto guardando di più alla realtà più cruda, senza troppi filtri. Mi permette di guardare l’animo umano come se fosse un fondale marino, che in altri modi non sarebbe perscrutabile. Se noi guardiamo i lavori di Goya, Bosch, o Bruegel avevano trovato un linguaggio per raffigurare l’animo umano in una maniera più cruda, e non veniva tradito il pensiero artistico. L’arte segue lo stato d’animo di un artista e l’arte è una conseguenza, per forze di cose non può avere sempre la stessa direzione. Non è il concetto che comanda, ma è l’animo umano che segna il percorso dell’artista. In queste immagini non c’entra il male o il bene ma parlano di un bisogno di introspezione e di verità, cercano di mostrare il sentire umano.

Foto di Eleonora Grande e Alessio Santiago Policarpo

Galleria fotografica (Eleonora Grande):

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO