Dopo un anno di pausa il Circo Zen è tornato con un nuovo album. Durante questo anno sabbatico, i membri della band fondata a Pisa nel 1994, si sono dedicati a progetti paralleli; mantenendo comunque il contatto con la gente: Ufo si è scoperto dj; Karim ha formato una band, La notte dei lunghi coltelli che ha riscosso un discreto successo. Andrea Appino ha esordito come cantante solista grazie al disco Il Testamento vincendo una targa Tenco come opera prima.

L’anno di separazione fra i tre, forse necessario dopo più di 10 anni passati insieme, ha prodotto un album maturo che rappresenta un ulteriore qualitativo passo in avanti degli Zen; una qualità che è sempre stata in costante crescita, passo dopo passo, album dopo album. Il disco in questione, auto prodotto e praticamente registrato in presa diretta, si chiama Canzoni contro la natura ed è uscito lo scorso 21 gennaio.

Il titolo promette bene infatti Canzoni contro la natura è un album profondo e completo, dove vengono toccati vari temi: si passa dalla descrizione del nostro paese e della situazione di crisi che lo attraversa a riflessioni più profonde, su Dio ed anche sulla natura, che è il vero tema principale del disco. La natura è intesa come forza potenzialmente devastante con la quale dobbiamo, in quanto umani, fare i conti. I nostri atti di civilizzazione sono delle vere e proprie violenze contro la natura, cosa succederebbe se essa si rivoltasse contro di noi?

L’album sembra diviso in due parti: le prime due canzoni costituiscono una sorta di ponte con i precedenti dischi del trio, in particolare gli ultimi due: Andate tutti affanculo e Nati per subire, mentre nella seconda parte si introduce il tema della natura che poi domina il resto dell’album. Il tutto viene narrato quasi sempre in prima persona o con personaggi inventati che hanno una particolare abilità nel far immedesimare l’ascoltatore nella loro storia.

Il disco si apre con la canzone Viva! una sorta di ironico ritratto della situazione italiana, in particolare delle generazioni più giovani, che colpa della crisi sia economica ma anche interiore non sanno più dove sbattere la testa. L’ambivalenza che segna queste generazioni è paralizzante ed ogni scelta sembra essere fallimentare che sia orientata da una parte che dall’altra. Si finisce così con l’avere una visione disincantata e cinica della realtà, urlando sarcasticamente <<Viva!>> un po’ per tutto, ma avendo sempre in mente che “Vivi si muore!

In Postumia, la seconda traccia, Appino riprende il discorso precedente. Cosa mai potrà fare una generazione come quella descritta in Viva in questo momento? Una generazione che è il frutto dei fallimenti dei tentativi di costruzione del futuro da parte dei nostri nonni. Tentativi miseramente falliti con conseguenze nefaste per tutti. Una generazione che non può che essere paralizzata e demoralizzata e che si perde tra fiumi d’alcool per ritrovarsi la mattina dopo con un dopo sbornia a ringraziare sarcasticamente chi ha creato questa situazione.

In Canzone contro la natura Appino immagina cosa succederebbe se essa si ribellasse contro di noi: dallo svegliarsi alla mattina con l’esplosione del sole in faccia all’alleanza degli animali contro gli umani e la loro tecnologia. Si ripristina così l’antico ed imperscrutabile ruolo della Natura quale reale minaccia, perché in fondo essa ci disprezza. La canzone si chiude con un estratto dei Comizi d’amore in cui lo stesso Pasolini intervista Giuseppe Ungaretti che pronuncia: << Tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura, e questo sino dal primo momento: l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura. /p> Segue la canzone Vai!Vai!Vai! che incoraggia ad andare per la propria strada, a camminare, con fare ironico. Tanto alla fine, comunque vada, ci sarà sempre qualcuno che ti dirà: “Ma dove cazzo vai?”.

Tiglio, la quinta traccia, è senza dubbio il capolavoro dell’album. Questa canzone si basa sull’incomprensione che c’è alla base tra Dio e l’umanità, il tutto è illustrato dal punto di vista divino. Dio, che in questa canzone rivela di avere le sembianze di un “Tiglio”, spiega: “Voi credeste io fossi fatto/ A vostra immagine e somiglianza/ Perché lo avete letto sul libro/ Che vi siete scritti da soli/ Io non ho mai avuto un figlio/ Come potrei io che sono un tiglio”. Il “Tiglio”, che qui rappresenta la natura, ci rimprovera per la nostra ingenuità: “Davvero avete creduto che potevo esservi amico? Nessuno con questo potere vorrebbe mai fare il bene”. Il testo della canzone è ben sottolineato da un tappeto sonoro, che parte con un introduzione quasi allegra per poi continuare con toni più cupi e più lenti per un crescendo che sfogherà in una superba coda strumentale.

A seguire L’anarchico ed il generale, una canzone che sembra essere appena uscita da un album di De Andrè la cui fine sarà la stessa per entrambi: tutti e due marciranno all’inferno a bestemmiare.

In Mi son ritrovato vivo torna quel piglio da moderni menestrelli e cantastorie che ha caratterizzato questi ultimi lavori degli Zen Circus, così come è presente nell’ottava traccia, Dalì. La canzone non si ispira al noto pittore ma ad un personaggio inventato: Dalì, soprannominato così per via dei suoi baffi, che non è altro che un dissidente destinato alla persecuzione. Il tutto è sempre ben costruito con le melodie accurate e perennemente mediate dall’attitudine rock degli Zen Circus.

A seguire No Way, una canzone che racconta i rimpianti e le difficoltà della vita, in tutta questa “merda che viene sempre a galla” che sommerge i singoli componenti delle nuove generazioni, indirizzati, quasi costretti a dover trovare una strada per realizzarsi. L’importante, ci dice Appino, è farlo da soli, perché “chi indica la via non sa chi sei”. Il problema è che questa strada, per le nuove generazioni, sembra non esserci.

Sestri Levante è la perfetta chiusura per questo album. E’ l’unica canzone rilassata dell’album, che ti trascina intorno ad un fuoco, come se volesse calmarti e forse anche un po’ consolare con dell’ironia, raccogliere i pezzi prima di ripartire e riprovare ad uscire da questo disagio che ci circonda.

Questo album non pone gli Zen Circus come dei paladini delle nuove generazioni, cosa che tra l’altro loro non hanno mai avuto l’intenzione di fare, ma descrive una situazione triste, quella italiana, che magari può sembrare un po’ meno buia quando è una canzone ad illuminarcela.

Canzoni contro la natura è dunque un disco intriso di rimpianti ma che grazie all’ironia ed il sarcasmo trova una linfa vitale per proseguire. D’altronde è vero che “Vivi si muore!”, ma prima di morire bisogna comunque vivere.

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