La storia non è mai lineare, non è una novità, ed in Europa lo abbiamo sperimentato spesso: nessun traguardo è al sicuro, nessun progresso definitivo. Ormai il continente dei lumi è vocato con una certa regolarità a luogo dell’imprevedibile. Abbiamo, per questo, anche imparato ad assistere all’operato di movimenti rivoluzionari ma conservatori, e assistito con una certa tranquillità ai proclama dei movimenti antiabortisti italiani e alla loro “moratoria sull’aborto”.

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Così, in questa dilagante fame di Dio, il numero di medici italiani obiettori aumenta e i diritti non sembrano più così ovvi. Ma mentre gli italiani convivono con le proprie contraddizioni e le donne polacche abbandonano le chiese per protesta, mi accorgo che in realtà il fenomeno politico-cattolico, la lotta dei “conservatori rivoluzionari”, è tutt’altro che circoscritto. Ma non è questo il punto, perché da qui si apre un quesito più grande: mi chiedo in quanti luoghi i cattolici debbano scomodarsi a lottare per cambiare lo stato di cose, nella moderna e progredita Europa. Si scopre così che il continente è forse molto meno proiettato al futuro di quanto si possa pensare. Per descrivere il mio continente a qualcuno proveniente dall’altra parte del globo che me lo chiedesse, potrei parlare di diritti umani e costituzioni avanzate. Ma potrei anche dire degli aborti clandestini e delle morti che ne derivano, potrei raccontare delle leggi che puniscono con il carcere le donne che decidono di interrompere una gravidanza, dei viaggi che alcune intraprendono per raggiungere nazioni con ordinamenti più avanzati, che permettono loro di decidere del proprio corpo. Il tutto all’interno dello stesso continente. Sempre il mio, sempre quello, la vecchia Europa. Quali sono i paesi del mondo con le pene più restrittive in fatto di aborto? In quale continente l’interruzione di gravidanza è perseguita più duramente? Ad oggi i due paesi con le leggi tra le più restrittive del pianeta in questo ambito sono europei: nella Repubblica d’Irlanda è punita con pene fino a 14 anni di carcere, in Irlanda del Nord fino all’ergastolo. La costituzione irlandese mette sullo stesso piano la vita del feto e della madre, con conseguenze molto pericolose da un punto di vista clinico.

Cambiare questa situazione richiede una modifica costituzionale, poiché è l’Ottavo Emendamento della Costituzione della Repubblica d’Irlanda a determinare lo stato di cose. Ma perché l’Irlanda è un luogo pericoloso nel quale aspettare un bambino? Per capirlo è sufficiente rievocare un noto episodio che ha sconvolto la comunità internazionale non molti anni fa: il 21 ottobre 2012, una donna indiana di 31 anni di nome Savita Halappanavar, si reca nella clinica della Galway University accusando forti dolori addominali. È alla diciassettesima settimana di gravidanza e dagli esami risultano delle complicazioni. Savita chiede di poter abortire, li implora, sta male, ma i medici le rispondono che non è possibile, poiché “questo è un paese cattolico”. Nonostante il feto stia seriamente minando la vita della donna, e nonostante la sua famiglia continui a chiedere un aborto da tre giorni, i medici aspettano che il cuore del bambino smetta di battere per poter intervenire, come previsto dalle regole, poi procedono con l’asportazione chirurgica. Dopo due giorni dall’intervento e a oltre una settimana dal primo contatto con i medici, il giorno 28 ottobre, la donna muore di setticemia.xlarge

L’episodio dà vita a uno scandalo internazionale ed il dibattito che ne consegue è molto acceso, ma i governi del paese si sono sempre dimostrati molto vaghi in merito, promettendo modifiche mai effettivamente arrivate, fino a quando non sono intervenuti organi superiori. Nel novembre 2015 la Corte Suprema di Belfast ha infatti dichiarato la legislazione dell’Irlanda del Nord contraria ai diritti umani, definendola una violazione delle convenzioni europee sui diritti dell’uomo, in particolare poiché impedisce l’ivg anche in caso di stupro o di grave deformità del feto.

Le leggi contro l’aborto, ovviamente, non solo non hanno arginato il fenomeno come sperato dai loro fautori, ma hanno determinato una serie di fenomeni molto pericolosi: aborti clandestini, viaggi nel Regno Unito per farsi assistere dal sistema sanitario britannico o pillole abortive acquistate su internet. Combinando mifepristone (Ru486) e misoprostolo, infatti, si può provocare un’ivg, e questi sono farmaci molto costosi e reperibili su internet, acquistabili senza prescrizione in India o rintracciabili con estrema facilità in Cina. I numeri descrivono bene la situazione: le donne irlandesi che dal 1977 si sono recate nel Regno Unito per un’interruzione di gravidanza sono circa 177.000.

Bisogna considerare che queste donne subiscono una forte stigmatizzazione sociale nelle comunità in cui vivono, a causa dei valori diffusi, che le costringono a nascondere queste situazioni, con tutta una serie di conseguenze anche di natura psicologica.

Ma cosa sta succedendo ora? La società irlandese ha deciso di non aspettare oltre e di mobilitarsi per cambiare le cose. Amnesty International ha lanciato un appello nel 2014, #notacriminal, per chiedere all’Irlanda di cambiare la legge sull’aborto. Ma le iniziative più importanti riguardano la mobilitazione dei cittadini. In questi giorni a Dublino continuano a tenersi manifestazioni e iniziative, e da molto tempo è in corso una petizione per la modifica costituzionale dell’ottavo emendamento, attraverso un referendum, che ha visto mobilitarsi anche numerosi artisti in favore di Repeal the 8th Amendment.DSC_01092 Oltre a questo e alle altre iniziative ciò che forse colpisce di più è un appello, X-ile Project, rivolto alle donne che hanno fatto ricorso all’aborto, a mostrarsi pubblicamente per combattere lo stigma sociale: dare un volto a queste donne per dimostrare che si tratta di persone comuni, con una vita e una dignità, che convivono con i cittadini del paese. La semplicità dell’operazione fa riflettere sul livello di distorsione presente sull’argomento.xile-project-2

Rileggendo tutto questo viene forse da chiedersi quanto effettivamente siamo lontani da una diffusione dei diritti nel nostro continente e quanto ci sia bisogno ancora di discutere e lavorare in merito. Quello dei diritti umani è forse uno degli aspetti più importanti della costruzione dell’Europa contemporanea e futura, ed è straniante dover constatare che alcuni paesi dell’Unione Europea stiano ancora affrontando problematiche di questa portata in fatto di salute pubblica e libertà personali. Non sarebbe forse paradossale avere i conti degli stati in regola ma continuare a mantenere stabile la percentuale di donne morte di gravidanza o esiliate nella ricerca di condizioni diverse per la propria libertà di scelta o, peggio ancora, per evitare un ergastolo nelle prigioni della progredita Europa?

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