Ale Di Gangi, fiorentino, classe ’66. Nelle sue foto troverete un’esplosione di colore, tanta grana, piccole imperfezioni e profumo di strada.

Ciao Ale. La pellicola è tornata ma tu ci sei dentro da diversi anni. Ci racconti un po’ la tua storia? Chi è Ale? Come si è avvicinato al mondo della fotografia analogica?

Ale dentro la fotografia analogica ci è nato suo malgrado. Mio padre aveva questa passione enorme per la fotografia fin da prima che io nascessi, nel 1966, e per tutta la mia vita in famiglia – sono andato via di casa a 19 anni – ho respirato gli odori delle sue chimiche, ho scrutato nel buio della sua camera oscura, ho guardato attraverso e dentro i suoi scatti. E lo faccio ancora, dato che gestisco io la sua presenza in rete e la digitalizzazione delle sue cose. Devo il mio occhio a lui e l’attrazione per i colori alle sue diapositive e ai lavori di nonni, zii, e di mia madre, pittori e architetti. Le loro opere riempivano casa e io ci sono cresciuto assieme.

Come nella più classica delle storie familiari però, ho cercato di rifiutare le passioni di famiglia per molti anni, per poi accorgermi che avevo tutto dentro e dovevo solo accettarlo. Cosa che ho fatto poco più di 20 anni fa, quando ho scoperto la Lomography e la LC-A.

Solitamente quale attrezzatura e che pellicole usi per i tuoi lavori?

Quello che mi ispira al momento. Sono molto ondivago e vivo di passioni. Negli anni ho accumulato diverse macchine che recupero a seconda del momento e della voglia. Non uso mai attrezzature dispendiose o professionali perché amo e rimango fedele al concetto di lo-fi. In genere mi piace usare le piccole point-and-shoot, ma posso arrivare a macchine tipo la Canon QL19. Ultimamente ho ripreso a usare una Canon Rebel a pellicola, perché è solida ma leggera e mi permette di usare il mio 50mm preferito.
Per le pellicole, uso quello che trovo, sia fresco che scaduto. Al momento tra le mie preferite ci sono le Lomochrome di Lomography; ma anche i loro negativi colore sono tanto notevoli quanto sottovalutati. Su tutto regna poi la mia collezione di macchine Polaroid che spazia dal professionale (qui, sì) al plasticoso e nel tempo, da macchine davvero “anziane” fino all’ultimo modello della rinata Polaroid.

Spesso una foto riesce a descrivere un momento meglio di mille parole. Cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?

Personalmente, ti dico che basta tenere gli occhi aperti e la mente curiosa. Per me la fotografia è una questione di attimi e visione: scatto solo quando vedo che c’è una foto da fare.
Detta così suona semplice, ma ci ho messo anni a capirlo e ad adattarmi.

I tuoi scatti sono colmi e zuppi di street. Come ti sei avvicinato a questo genere fotografico e perché?

Mi ci sono praticamente ritrovato dentro. Prima di scoprire che “rubare scatti” era uno stile e un genere; prima di scoprire che c’erano fotografi che ci facevano una carriera, ecco io lo facevo per istinto e curiosità.
Quando mi hanno detto che alcuni miei scatti erano simili al lavoro di Martin Parr ho capito molte cose…

Cosa ti affascina di più quando scatti lungo le strade delle città italiane?

La varietà delle persone; il fatto che ciascuno è un mondo a sé, che non conosco e non potrò mai conoscere. Ma in cui vorrei riuscire a guardare. Sono un tipo molto curioso.

La macchina fotografica è uno strumento ma a volte può essere di intralcio, come ci si muove per strada? Hai mai avuto problemi nel fotografare le persone?

Con le piccole point-and-shoot è tutto molto facile, si notano poco… sono una persona abbastanza timida e schiva, faccio fatica a relazionarmi con gli sconosciuti. In genere scatto di nascosto e scappo, se vengo avvistato faccio la classica faccia di chi sta puntando a tutt’altro e (metaforicamente) mi metto a fischiettare. Quando riesco a farmi avanti e a chiedere uno scatto, in genere le persone reagiscono bene se sei educato e sorridente. A me però in strada non interessa la foto fatta in posa, quindi devo sfacciatamente rubare quello che passa. Spesso uso lo shoot from the hip che anche Lomography rilancia da sempre.

Quali sono i tuoi maestri di riferimento?

Faccio sempre una grande fatica a fare nomi; se rispondo Alberto Di Gangi (mio padre) sembra sempre che me la stia tirando, ma d’altronde è la verità… il fatto è che sono sempre stato onnivoro e curioso ma raramente ho fatto caso ai nomi e soprattutto le mie influenze, più che nella fotografia, le individuo nel cinema, nella musica, nella letteratura.
Una piccola lista di fotografi oggi include Pierre et Gilles, Martin Parr, William Eggleston, Vivian Maier e tutti gli anonimi dell’Anonymous Project.

Cosa ne pensi del rinnovato interesse della fotografia analogica in questo momento? Come vedi il suo futuro?

Lo vedo dispendioso, perché le pellicole costano e le vecchie macchine analogiche si rompono e sono schizzate a prezzi assurdi! Ma anche imprescindibile, perché il digitale non ha alcuna possibilità di competere in quanto a qualità dei risultati (si astengano puristi e perfettini per favore).

Che relazione hai con il tuo archivio fotografico? Dopo tutti questi anni avrai ammassato una quantità di foto enorme…

Lo amo e lo odio. È una massa di scatole che prendono troppo spazio e si impolverano. Una lotta impari, impossibile da vincere. Per fortuna digitalizzo in alta risoluzione tutto quello che reputo buono, quindi ho anche alcuni hard disk pieni, pago un buon servizio di backup e vivo con il terrore di perdere tutto.

Ti va di consigliare ai nostri lettori un film o un libro sulla fotografia che ti ha particolarmente colpito?

Per i film ci sarebbe davvero troppo di cui parlare; mi limito a esortare tutti a (ri)vedere e studiare Kubrick (consiglio: provate a vedere The Shining senza l’audio).
Per i libri, direi quelli dell’Anonymous Project; quello pubblicato da Taschen si trova senza problemi ed è davvero bello.
Aggiungo anche una piccola bibbia: “FAILED IT!” di Erik Kessels.

Cosa diresti ad un appassionato che desidera dedicarsi alla fotografia analogica?

Buttati e sbaglia! Rompi le regole, cerca il tuo occhio, trova il tuo stile e capisci cosa ti piace fotografare. Impara a fare editing e ad amare gli sbagli.

A quali progetti stai lavorando?

Mi partono idee in continuazione, a volte poi me le dimentico anche!
Da qualche tempo pubblico su Blurb i miei “Collected instant photography“, una serie di libri suddivisi per anno che raccolgono tutte le mie istantanee dal 2007 in poi.

Ho poi un’idea che mi frulla per la testa e riguarda la creazione di una piccola galleria privata da allestire sulle scale della palazzina dove abito, chissà se riuscirò mai a metterla in pratica. Vorrei anche pubblicare un libro che raccoglie gli scatti fatti con la Holga e la LC-A 120…

Grazie Ale, per averci portato – anche se per pochi minuti – a conoscere un pezzetto della tua vita.

Potete seguire ed ammirare tutti i lavori di Ale su Instagram e sul suo sito web.

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