Il nuovo lavoro delle CocoRosie “Tales of a Grass Widow”, uscito il 27 di maggio per City Slang, riapre l’eterna querelle attorno al duo statunitense, che già con le sonorità del precedente “Grey Oceans” (2010, Sub Pop) aveva lasciato con l’amaro in bocca buona parte di pubblico e critica, scontentando, in sostanza, quanti le vorrebbero perennemente legate alle atmosfere lo-fi degli esordi, da cui con questo quinto album Bianca “Coco” e Sierra “Rosie” sembrano invece essersi definitivamente emancipate.

Come anticipato dai singoli “We Are On Fire”/”Tears for Animals (ft. Antony Hegarty)”, uscito a giugno del 2012, e “Gravediggress” e “After the Afterlife” pubblicati nei primi mesi del 2013, “Tales of a GrassWidow” si muove in bilico tra qualche momento di “The Adventures of Ghosthorse & Stillborn” (2007, Touch and Go) – e non c’è da stupirsi dal momento che con esso condivide la collaborazione col produttore Valgeir Sigurðsson (Björk, Feist, Ben Frost, Nico Muhly, e l’italiana Erica Mou, giusto per fare qualche nome) – e le sonorità electrofolk di “Grey Oceans” (2010, Sub Pop).

Il pezzo di apertura “After the Afterlife”, espone ordinatamente i due poli d’attrazione attorno a cui gravita l’album, con la strofa che si appoggia su una ritmica e un pianoforte che ricordano molto “Grey Oceans” e il ritornello che riporta, invece, alle atmosfere rarefatte del lavoro del 2007, mentre la deriva elettronica del finale sa di novità. Integrati senza soluzione di continuità gli stessi elementi si ripresentano in “Tears for Animals”, in cui compare la voce di Antony Hegarty, spesso presente nei lavori del duo, ma è l’ingresso di Sierra a metà del pezzo ad illuminarne il paesaggio sonoro. Il cantato di Coco, smussato dalle caratteristiche asprezze, viaggia in parallelo alla ritmica stratificata in “Child Bride”, la vocalità, in parte inedita, con cui Bianca presenta la melodia conferisce al pezzo un effetto straniante, ma certo non si può dire che non funzioni.

“Broken Charriot” è un intrecciarsi di voci e fiati dal sapore mistico (la somiglianza armonica con “The Pool” di Tori Amos è quantomeno sospetta), pezzo d’alleggerimento in vista del più ritmato “End of Time”, vicinissimo alle sonorità del lavoro precedente e in cui ritroviamo il tipico palleggio tra il cantato rap di Coco e quello lirico di Rosie.

Molto meno rassicurante il macabro gracchiare dei corvi dell’intro di “Harmless Monster”, le dissonanze fanno il resto in questo pezzo che, complici la struttura progressiva e le soluzioni armoniche adottate, in un crescendo di 3 minuti passa dalle atmosfere funeree dell’inizio a quelle decisamente più luminose del finale: tra i più belli dell’album assieme al connubio di organetti e beat box, rotondità e asperità vocali di “Gravediggress”.

La tediosa “Far Away” e le giapponeserie a buon mercato di “Roots of My Hair”, segnano il punto più basso dell’album, che termina con il trip hop di “Villain” cantato dalla sola Sierra e “Poison” che vede Bianca duettare con Antony, due pezzi in cui le sorelle Casady sembrano voler affermare ognuna la propria individualità, risultando tuttavia la metà di un intero ben più interessante.

“Tales of a GrassWidow” è una coerente summa dei risultati prodotti dal duo nell’arco di un decennio, un interessante processo di cernita e sintesi operato dalle CocoRosie, deludente forse solo per chi si aspettava l’ennesimo cambio di direzione, la sorpresa a tutti i costi, probabilmente solo procrastinata (dopo il punto della situazione solitamente si passa ad un nuovo capitolo).

Le CocoRosie, partite a fine maggio per il tour europeo, saranno in Italia con tre date:
14 giugno, Milano, Magazzini Generali;
15 giugno, Roma, Villa Ada;
16 giugno, Soliera (MO), Piazza Lusvardi, Arti Vive Festival.

Tutte le info su http://www.dnaconcerti.com/c/cocorosie.html

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